AUTOCERTIFICAZIONE COVID: DICHIARARE IL FALSO NON è REATO

Due le sentenze che, nel giro di un mese, hanno messo in discussione l’intero sistema che da più di un anno è stato adottato dall’Italia e da tutto il resto del mondo per contenere il contagio da Covid-19: nei momenti più acuti della diffusione del virus, la misura adottata da tutti i governi per limitare il più possibile i contagi è stata quella di vietare ai cittadini di allontanarsi liberamente dalle proprie abitazioni, ove non fosse strettamente indispensabile.

Ed è proprio il divieto di spostamenti imposto alla generalità dei cittadini ad esser stato oggetto di due pronunce da parte del Tribunale di Reggio Emilia e del Tribunale di Milano.

Infatti, in entrambi i casi i giudici si sono trovati a dover decidere dell’accusa di falso ideologico del privato in atto pubblico, disciplinato dall’art. 483 del codice penale, in capo a due persone che hanno fornito informazioni false al momento della compilazione dell’autocertificazione su richiesta delle forze dell’ordine.

In particolare una signora ha dichiarato, ai carabinieri di Reggio Emilia che l’hanno fermata per un controllo, di essersi recata in ospedale per effettuare una visita medica; tuttavia, a seguito di opportune verifiche, è emerso che la signora in realtà non si era mai recata in ospedale e che, pertanto, aveva fornito informazioni false al momento dei controlli.

Nel caso invece del signore che è stato fermato a Milano, la scusa è differente ma la fattispecie rimane la medesima: quest’ultimo ha dichiarato di essersi recato da Bollate a Milano per lavoro, ma l’informazione era falsa.

In entrambi i casi, i due signori sono stati accusati di aver dichiarato il falso e di aver agito in violazione di quanto disposto dal DPCM dell’8 marzo 2020, che imponeva espressamente di evitare ogni spostamento, salvo che per comprovate esigenze lavorative o situazioni di necessitàovvero per motivi di salute.

I giudici di Reggio Emilia e di Milano, chiamati a pronunciarsi sulla condotta dei due signori, si sono mossi in una direzione che va in assoluta controtendenza rispetto alle prescrizioni governative tuttora in vigore: gli stessi, infatti, hanno stabilito che non è punibile per falso ideologico in atto pubblico il cittadino che dichiara il falso nell’autocertificazione, per due ordini di ragioni:

  • In primo luogo, perché non può esistere un obbligo di “dire la verità”.

Se tale obbligo esistesse, si creerebbe una situazione del tutto paradossale: il privato sarebbe obbligato a dire il vero sui fatti oggetto dell’autodichiarazione pur essendo consapevole del fatto che, in tal modo, sarebbe sottoposto prima di tutto ad indagini e, successivamente, a sanzioni. Ciò, a detta dei Gip interpellati, rappresenterebbe una violazione del diritto di difesa disciplinato dall’articolo 24 della Costituzione.

  • In secondo luogo, l’obbligo di permanenza domiciliare imposto dal DPCM dell’8 marzo 2020 e dai DPCM successivi sarebbe assolutamente illegittimo.

E ciò in quanto l’articolo 13 della Costituzione, nello stabilire che “la libertà personale è inviolabile”, ammette delle deroghe a tale principio (e dunque consente a che la libertà personale sia limitata) solo in presenza di un atto motivato dell’autorità giudiziaria e solo nei modi previsti dalla legge.

Di conseguenza, solo un provvedimento di un giudice può limitare la libertà personale di un privato e solo nei casi espressamente previsti dalla legge.

Il DPCM, dunque, non essendo una legge ma una norma di grado secondario, non può contenere disposizioni limitative della libertà personale in deroga alle disposizioni costituzionali.

E, proprio perché si tratta di norme di grado secondario, i giudici che le ritengono incompatibili con il dettato costituzionale possono disapplicarle in via diretta, invece che richiedere l’intervento della Corte Costituzionale.  

Alla luce di tali considerazioni, dunque, i due Tribunali hanno assolto gli imputati in quanto “il fatto non sussiste”, creando un precedente che, per quanto non sia vincolante ex lege, suscita comunque molto stupore e numerose perplessità.

A tal proposito, saremmo felici di conoscere la Vostra opinione e di confrontarci con Voi sulla questione: siete d’accordo con la decisione dei giudici o ritenete che la condotta in esame sia da perseguire penalmente? Lasciateci un commento!

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L’Avv. Citroni assiste da sempre società e gruppi societari fornendo assistenza anche nel “day to day business”. Interessata al diritto di famiglia e dei minori, nel 2014 ha pubblicato l'e-book "Questioni di Famiglia". Attualmente, oltre a pubblicare articoli sul Blog dello Studio, collabora in modo attivo con vari siti web dedicati, rivolgendo attenzione sia alle famiglie, che ai consumatori.
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