Il giudice deve valutare il vero squilibrio economico nella coppia in fase di determinazione dell’assegno divorzile.
È il principio ribadito dalla Corte di Cassazione con l’ordinanza n. 1870 del 27 gennaio 2026, che torna a chiarire quali criteri devono essere utilizzati per riconoscere o negare il mantenimento dopo il divorzio.
La decisione della Cassazione
La vicenda nasce da una pronuncia della Corte d’Appello di Bologna che aveva escluso il diritto all’assegno divorzile senza effettuare una concreta comparazione tra le condizioni economiche dei due ex coniugi.
La Cassazione ha ritenuto insufficiente questo approccio e ha ribadito che il giudice non può limitarsi ad affermare genericamente che l’ex coniuge richiedente sia in grado di lavorare o possieda alcune risorse economiche.
Secondo la Corte, il primo passaggio fondamentale è verificare se esista un reale squilibrio economico e patrimoniale tra le parti.
Solo dopo questa valutazione è possibile stabilire se l’assegno sia dovuto.
Non conta solo il reddito
L’ordinanza sottolinea un principio ormai centrale nella giurisprudenza: l’assegno divorzile non ha soltanto una funzione assistenziale.
Il giudice deve valutare anche la funzione compensativa e perequativa dell’assegno, considerando il contributo dato durante il matrimonio alla vita familiare e alla crescita del patrimonio comune o dell’altro coniuge.
Questo significa che il tema non è semplicemente “quanto guadagna” ciascun ex coniuge, ma anche quali scelte siano state fatte durante il matrimonio e quali conseguenze abbiano avuto nel tempo.
I sacrifici fatti durante il matrimonio
Uno degli aspetti più interessanti della decisione riguarda proprio il ruolo dei sacrifici personali e professionali.
La Cassazione chiarisce che tali sacrifici non devono necessariamente derivare da un accordo espresso tra i coniugi. Possono emergere anche implicitamente dalla concreta organizzazione della vita familiare.
Ad esempio, il fatto che uno dei due abbia dedicato più tempo alla gestione della casa o alla cura dei figli, rinunciando a opportunità lavorative o di carriera, può assumere rilievo nella valutazione dell’assegno divorzile.
La valutazione deve essere concreta
La Corte insiste molto sulla necessità di una valutazione concreta e approfondita. Non basta richiamare principi generali o formule astratte.
Il giudice deve analizzare la storia della coppia, le condizioni economiche attuali, il contributo dato durante il matrimonio e le conseguenze delle scelte familiari sulla situazione patrimoniale dei coniugi.
Solo attraverso questa analisi è possibile capire se l’assegno abbia una reale funzione compensativa oppure se il richiedente sia ormai economicamente autonomo.
In conclusione
L’ordinanza n. 1870/2026 conferma che il mantenimento non può essere deciso in modo automatico né escluso con motivazioni superficiali.
La Cassazione ribadisce che occorre guardare alla concreta storia matrimoniale e agli effetti economici delle scelte condivise durante il rapporto.
Un principio che rafforza l’idea dell’assegno divorzile come strumento di equilibrio e non come automatismo legato solo alla differenza di reddito.
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