COME SI FA A RINUNCIARE ALL’EREDITÀ?

L’erede che non intende succedere nei diritti e nei doveri del de cuius (termine giuridico per indicare il defunto) ha la possibilità di manifestare la propria volontà in tal senso, semplicemente rinunciando all’eredità.

La rinuncia all’eredità è un negozio giuridico formale non recettizio: ciò significa che affinché sia efficace deve necessariamente essere compiuto nelle forme previste dal legislatore e, in quanto non recettizio, produce effetti dal momento in cui l’erede lo pone in essere, non essendo opportuno a tal fine portarlo a conoscenza di terzi.

Quanto alla forma della rinuncia, l’art. 519 del codice civile prevede espressamente che l’erede possa scegliere tra due strade: rendere la dichiarazione di fronte ad un cancelliere del tribunale del circondario in cui si è aperta la successione (dunque del luogo dell’ultima residenza del de cuius) oppure dinanzi ad un notaio. Naturalmente, ove si optasse per la rinuncia notarile, bisognerebbe mettere in conto una spesa maggiore, in quanto sarà necessario considerare anche l’onorario del professionista. Altrimenti, nel caso si decidesse di procedere di fronte ad un cancelliere, i costi sono piuttosto limitati: € 36,00 per le marche da bollo, € 200,00 di imposta di registro e circa € 11,00 di diritti di segreteria.

La rinuncia, per essere valida, non può essere sottoposta né a condizione né a termine: ciò significa che non si può dichiarare di voler rinunciare all’eredità solo al verificarsi di determinate circostanze (per es. “dichiaro di voler rinunciare all’eredità solo se rinuncia anche mio fratello”) o per un certo periodo di tempo (per es. “dichiaro di voler rinunciare all’eredità fino al 31 dicembre del 2025”).

Inoltre, la rinuncia non può essere parziale, vale a dire che non può avere ad oggetto solo una parte dei beni del de cuius (per es. “dichiaro di rinunciare all’eredità tranne che per la villa al mare”).

La legge non prevede un termine per esprimere la volontà di rinunciare all’eredità, ma dottrina e giurisprudenza si sono allineate nel prendere come riferimento la norma che prevede un termine di dieci anni per l’accettazione dell’eredità, applicando tale termine anche al caso della rinuncia.

C’è un caso particolare in cui il termine di dieci anni può essere nettamente accorciato ed è il caso in cui un creditore del de cuius intenda agire giudizialmente per recuperare il proprio credito. In questo caso, infatti, il creditore può porre in essere la cosiddetta actio interrogatoria, chiedendo al tribunale di assegnare all’erede un termine per manifestare la propria volontà di accettare l’eredità o di rinunciare ad essa. Se l’erede non si pronuncia entro il termine indicato, tale comportamento viene interpretato come rinuncia all’eredità.

Un’altra particolarità riguarda la possibilità di revoca della rinuncia: se l’erede che ha rinunciato all’eredità ha un ripensamento, ben può manifestare la propria volontà di revocare la propria decisione, ad una sola condizione: che il nuovo chiamato all’eredità non la abbia già accettata. In caso contrario, la rinuncia non sarà più revocabile.

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L’Avv. Citroni assiste da sempre società e gruppi societari fornendo assistenza anche nel “day to day business”. Interessata al diritto di famiglia e dei minori, nel 2014 ha pubblicato l'e-book "Questioni di Famiglia". Attualmente, oltre a pubblicare articoli sul Blog dello Studio, collabora in modo attivo con vari siti web dedicati, rivolgendo attenzione sia alle famiglie, che ai consumatori.
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